AS MERCY COMES – intervista

AS MERCY COMES Abbiamo incontrato gli As Mercy Comes, band partenopea fresca di debutto discografico attraverso This Is Core Records. Ragazzi dalle idee chiare e dal buon fiuto, ma soprattutto con una gran voglia di emergere. A loro la parola!
Di Alessandro Brambilla

Ciao ragazzi e benvenuti sulle pagine di Firealive.
Partiamo col presentare il progetto As Mercy Comes ai nostri lettori?

Ciao a tutti! Beh, il progetto nasce come nascono in generale tutte le cose belle: per caso! Siamo 5 ragazzi con il comune denominatore della passione per la musica underground, abbiamo cominciato per divertimento e poi, notando che ciò che veniva fuori riusciva a gratificarci, abbiamo intrapreso un cammino via via sempre più “serio” cercando di tirare fuori il massimo. Ora siamo nel pieno di questo cammino e dopo la firma con This Is Core, l’uscita del nostro primo album “Prison” (gennaio 2015) e il nostro primo tour in Russia ci siamo rimessi a lavoro per il secondo album.

Facendo un riassunto di quanto fatto sinora quali ritenete siano i punti importanti
della vostra carriera?

Innanzitutto l’ingresso in This Is Core: esso ci ha dato l’opportunità di entrare in contatto con realtà professionali e con persone che lavorano nell’ambito della produzione musicale/organizzazione di live/tour da anni e anni. Abbiamo avuto poi la preziosissima opportunità di entrare in contatto con i management di band del calibro di Attila e Thy Art Is Murder per i quali siamo stati proposti come opener dalla nostra etichetta: abbiamo sfruttato quei palchi come vetrina per avere la chance di emergere nel panorama nazionale e in questa maniera siamo riusciti ad affiancare grandissimi artisti ed esperti del settore che hanno influito positivamente sulla nostra crescita in generale. L’esperienza più importante di tutte e allo stesso tempo formativamente più valida crediamo sia stata il tour in Russia conclusosi da poco più di un mese. Siamo stati in compagnia dei Burden is Burning di supporto ai nostri amici Cry Excess per il tour dedicato all’uscita del loro nuovo album “Ambition is the sh*t” e abbiamo vissuto in simbiosi per due settimane tra ostelli, viaggi notturni in bus, pasti liofilizzati e temperatura esterna costantemente a -20°. E’ con questo tipo di esperienze che una band misura e mette alla prova il suo amore per questo mestiere: con le mille difficoltà e la condizione di “scomodità” generale in cui si viaggia e si vive l’unica vera e totale ricompensa sono le decine e decine (molto spesso centinaia) di persone presenti ai concerti: il pubblico russo potrebbe insegnare lo spirito hardcore a chiunque, specialmente a noi italiani (che non siamo molto umili, c’è da ammetterlo).

 

“Prison” è un titolo decisamente forte. A quale tipo di prigione vi riferite
e cosa vi ha spinto verso questo titolo?

Concordemente ci riferiamo alla “prigione interiore” dalla quale ognuno di noi cerca in qualche modo di liberarsi. Questa prigione è fatta di sentimenti contrastanti che spaziano dalla sofferenza alla rabbia e che manifestano in generale una spasmodica voglia di riscattare la propria condizione.

Il disco vanta testi molto vari nelle tematiche affrontate. Con quale spirito avete cercato di lavorare su questi testi e come descrivereste il tema portante dei vostri testi a chi non vi conosce?
“Ognuno ha la sua prigione”. Abbiamo scelto questa tematica proprio nella speranza che chiunque ascolti l’album riesca a sentirlo suo, rispecchiando al suo interno quelle che sono le sue esperienze di vita.

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Musicalmente siete affini al metalcore new school a mio avviso.
Quali band vi hanno particolarmente ispirato e quali dischi invece
pensate possano rientrare nelle influenze di “Prison”?

Ascoltiamo in generale tanti tipi diversi di musica. Le influenze principali vengono sicuramente dai gruppi che hanno fatto la storia del metalcore, ma qualsiasi di esse ci abbia guidato durante la composizione è stata scaricata immediatamente sugli strumenti senza rifletterci troppo. In un mercato musicale saturo di band e lavori ben fatti il nostro intento non era creare qualcosa di necessariamente innovativo: “Prison”, in quanto nostro primo album, è un lavoro molto istintivo e spontaneo. C’è un pezzo di ognuno di noi nell’album ed il risultato è un lavoro molto onesto, diretto ed impulsivo. O piace o non piace.

Dovendo scegliere una canzone, quale pensate rappresenti appieno il disco e perché?
Questa domanda mette sempre in disaccordo tutti, considerato che ognuno di noi si raffronta in modo differente con ognuna delle 9 tracce. Forse per essere politicamente corretti potremmo scegliere proprio l’ultima di queste, “Prison”, che riesce a rappresentare l’(omonimo) album sia dal punto di vista musicale sia dal punto di vista del testo: è un inno alla liberazione, una richiesta di catarsi dalla solitudine che oggi come generazione moderna siamo costretti ad affrontare.

Anche l’artwork per certi versi si lega molto al titolo del disco. Qual è il messaggio visivo che volete comunicare con esso?
La Peonia che imprigiona le braccia con le sue fronde è il chiaro simbolo che spesso sono proprio le cose per noi più belle a imprigionarci, primo fra tutti l’amore non corrisposto e le delusioni che da esso scaturiscono.

Arrivate dal sud Italia, dove sicuramente non è semplice muoversi sul fronte live o di band in generale. Come viene affrontato il tema musicale nell’ambiente locale? C’è una scena o comunque dei spazi dove potersi esprimere?
Possiamo dire che negli ultimi tempi la scena locale si è affacciata al “resto dell’Italia” e che molti ragazzi si stanno avvicinando al genere con interesse, favorendo la crescita anche di ciò che il Sud Italia può offrire (molto, a nostro avviso). Lasciamo che le cose crescano, permettendo tuttavia all’underground di mantenere la sua natura.

Siete riusciti a suonare con diverse realtà internazionali. Quali di esse vi ha più stupito e quale invece vi ha deluso maggiormente?
E’ difficile rimanere delusi da realtà del genere: il “contatto” con questi ambienti è un’opportunità da cui bisogna imparare il più possibile. Sono occasioni rare da cui bisogna trarre il massimo per migliorare, senza però voler intendere che suonare in situazioni più “piccole” sia di poco conto. Anzi, le esperienze che insegnano a “sopravvivere” sul palco sono proprio quelle in cui riuscire a esibirsi nel migliore dei modi sembra impossibile: se il risultato riesce a rimanere lo stesso in entrambi i casi, allora la band è sulla buona strada.

Che 2014 è stato per gli As Mercy Comes?
Caotico, avevamo fretta di scrivere/registrare/suonare live e l’abbiamo fatto velocemente e con una gran voglia di farci conoscere. Un anno veramente positivo, in cui abbiamo gettato le basi per il nostro futuro. Siamo soddisfatti delle esperienze concluse e delle moltissime band con cui abbiamo avuto l’onore di condividere il palco; ora siamo ansiosi di mostrarvi tutto quello che ancora abbiamo da dare.

E cosa dobbiamo aspettarci dal 2015?
Terremoti: stiamo scrivendo il nuovo album, orientati su sonorità più estreme per sfruttare al massimo il diaframma del nostro “ninja-frontman” Yuri. Stiamo pianificando anche altri tour ma non possiamo dirvi nulla di certo per adesso, la composizione per noi è una priorità assoluta e ci mettiamo davvero l’anima, per cui non accettiamo distrazioni.

Avete lanciato di recente un nuovo video, volete parlarcene?
E’ il video di “Prison”, brano che dà il titolo all’album e di cui abbiamo già parlato prima. E’ un video incentrato sulla semplicità e sull’immediatezza del messaggio: la traccia scelta è la più melodica e forse la più “triste” di tutte ed era nostra intenzione riuscire a trasmettere quanto più possibile ogni singola emozione provata durante la composizione.

Un saluto ai nostri lettori?
Vi salutiamo con un enorme sorriso e un altrettanto enorme ringraziamento: riuscire a esternare al meglio quello che abbiamo da dire (non solo con la musica) è ciò che desideriamo. Ricordate di seguirci su Facebook per tutti gli aggiornamenti e per scoprire le nostre prossime date. Ciao!