CASTAWAYS ROAMING: intervista

CASTAWAYS ROAMING
Abbiamo incontrato i Castaways Roaming, new entry di casa This Is Core e freschi autori del sorprendente “The Middle End”.
Di Alessandro Brambilla

Siete una band che ama prendersi i giusti tempi. Quattro anni infatti non sono pochi per giungere a un disco d’esordio. Partiamo quindi da come è nato il progetto, quali sono stati i suoi passaggi chiave e come si è arrivati a “The Middle End”?
Il nostro progetto nasce quasi quattro anni fa, un po’ per caso, ma soprattutto per la forte necessità di esprimere il nostro mondo interiore. Ci conoscevamo già, suonavamo in band locali attive nella nostra zona, gruppi piuttosto diversi per generi e stile proposti. Ma parlando, e approfondendo la frequentazione, è emersa ancor maggiormente la voglia di vederci in maniera differente rispetto a quello che avevamo fatto fin ora, che non mettesse al primo posto mode da seguire o generi studiati a tavolino. Al centro del nostro progetto una cosa era da subito chiara: avere un messaggio da lanciare, qualcosa da dire, di profondo. Questo per noi rimane tutt’ora il punto fondamentale che ci spinge in sala prove ogni settimana a creare nuova musica. Posto questo, si è passati a definire come volevamo accompagnare ciò che la nostra band voleva comunicare e trasmettere. Il sound si è affinato con il tempo, provando e riprovando, smontando le varie idee, e ricucendole tra di loro come in un puzzle variegato e contaminato. Man mano che il tempo passava, abbiamo realizzato che parole e musica erano inscindibili, dovevano formare un tutt’uno coeso e preciso. E per fare questo ci vuole il tempo necessario. Non siamo stati fermi in questi anni, abbiamo suonato tanto, ci siamo confrontati con persone a noi vicine e addetti ai lavori, e ci siamo richiusi in sala per uscirne solo quando davvero sentivamo di avere in mano ciò che realmente volevamo. E ora siamo qui. Quel che siamo oggi si sente nel disco, che secondo noi ci rappresenta in toto.

Questo lavoro ricalca fedelmente ciò che va per la maggiore Oltreoceano in chiave alternative. Come sono nati i brani e quali sono a vostro avviso le loro caratteristiche principali?
Possiamo, in linea di massima, essere abbastanza d’accordo con questa affermazione, anche se crediamo che all’interno di “The Middle End” si possano scovare diverse influenze, anche insospettabili, provenienti dal nostro composito background. I brani sono usciti pian piano; mettevamo lì delle idee di base, e lasciavamo che il flusso di coscienza facesse il suo sporco lavoro, per poi riprenderle e continuarle. Una nostra caratteristica peculiare, nel bene o nel male, è quello di essere puntigliosi a livello quasi maniacale. Nel disco si sentono molti particolari, mai lasciati al caso, o almeno ci piacerebbe che l’ascoltatore possa notare questo. Quindi, in fase di composizione prima e registrazione poi, la parte più difficile è stata quella di coagulare una sintesi delle tante idee nuove che ogni volta ci venivano in mente per aggiungere in un pezzo. In questo l’apporto di Andrea Maglia, con cui abbiamo registrato il disco, è stato fondamentale. In generale, quello che i brani vogliono esprimere sono l’inquietudine, la volontà di non accettare passivamente ciò che accade, la necessità di scavare dentro di noi per scoprire le emozioni e gli stati d’animo più intimi, crudi e reali. Allo stesso tempo, le melodie distorte sottolineano la reazione a questa situazione, carica di ansia e adrenalina, perché così dev’essere, per rompere il muro del non-ascolto che tante situazioni quotidiane ci pongono davanti.

Il lavoro svolto in fase di songwriting è decisamente interessante. Come si sono svolte le lavorazioni dell’album e quanto tempo è servito a chiudere i lavori?
Quando ritenevamo che i pezzi fossero, a grandi linee, pronti, abbiamo cominciato a guardarci attorno per scegliere lo studio dove registrare e il produttore. Abbiamo parlato con molte persone, condiviso pareri e opinioni, e alla fine la scelta è ricaduta su Andrea Maglia. Con lui il feeling è stato immediato: la sua mano appare evidente nel disco e, come detto precedentemente, il suo lavoro per affinare gli arrangiamenti e renderli più compatti ed incisivi è stato davvero insostituibile. Anche in fase di post-produzione abbiamo passato molti momenti a contatto, come se Andrea fosse diventato il quarto membro ad honorem della band. E’ uno che non si risparmia mai, e non ha problemi a ritoccare, rivedere, correggere le singole tracce fino a notte fonda seguendo le nostre paranoie. Come noi, è attento ai particolari, e insieme a lui non abbiamo lasciato nulla al caso. Abbiamo iniziato la registrazione di “The Middle End” al “Bleach Studio” nel luglio 2015, e ultimato i lavori a novembre. Il tempo è servito tutto. Siamo molto soddisfatti del lavoro svolto. Vogliamo cogliere l’occasione per ringraziare anche Luigi Galmozzi, prezioso maestro che ha curato il mastering, del quale non dimenticheremo le lunghe chiacchierate ricche di spunti e consigli e l’enorme professionalità.

Nei vostri brani si passa da scenari malinconici ad altri più ricchi di melodia. Una soluzione che verrà adottata anche in sede live?
La risposta non può essere altro che sì. La domanda ha inquadrato perfettamente la duplice natura dei brani. La malinconia esce maggiormente nella parte melodica, e solitamente è supportata da una parte di testo maggiormente introspettiva. Però c’è anche una parte più cattiva, rabbiosa, che esplode nella parte distorta. Sicuramente lo show live riprenderà questi momenti, alternando momenti di pathos maggiore ad altri più carichi. Dal vivo non si scappa, ci si mette in gioco a 360 gradi, e la cosa che più conta è essere credibili, veri e spontanei, per portare al meglio ciò che i pezzi vogliono dire ed esprimere e ciò che siamo come gruppo. E’ come portare mesi di duro lavoro in pochi minuti: devi sapertela giocare faccia a faccia con chi ti ascolta in quel momento, e riuscire a conquistarlo. Per noi la dimensione live è fondamentale, e ci stiamo preparando a fondo per viverla al massimo. 

Sinceramente pur facendo parte della schiera di produzioni alternative rock, non riesco a paragonarvi a nessuno in particolare. Quindi direi che nessuno meglio di voi potrebbe citare le fonti ispiratrici del progetto. A voi la parola!
Le fonti da cui trarre ispirazioni sono molteplici e varie. Come abbiamo già detto, ognuno di noi proviene da stili musicali differenti tra loro. Nel nostro percorso, abbiamo cercato di unire il più possibile queste influenze, e con il lavoro e la passione ci è venuto naturale, senza forzature. Gli ascolti comuni che probabilmente hanno posto le basi alla nostra band ci sono, e sono tanti. Sicuramente si parte dal grunge, del resto abbiamo consumato più e più volte i dischi di Nirvana, Pearl Jam e gruppi affini. Da lì abbiamo ripreso la rabbia distruttiva, quella fine a sé stessa, il senso di vuoto e paura di una generazione senza riferimenti. Anche il filone alternative rock di fine ‘90 e inizio millennio di ha ispirato. Band come Smashing Pumpkins e Radiohead ci hanno fatto scuola, sia musicalmente che per quel che riguarda la stesura dei testi. Per la linea vocale, riprendiamo molti stilemi dell’emo, quello vero, di metà anni ’90, a stelle e strisce: su tutti i The Get Up Kids. Per le melodie, guardiamo a band maggiormente “ibride” e dalla vocazione maggiormente pop, come My Chemical Romance e Paramore. Pensiamo che anche l’alternative/indie italiano trovi spazio dentro le nostre composizioni, anche se forse i puristi si risentiranno; la trafila l’abbiamo fatta tutta, dai primi Verdena ai Marlene Kuntz, dai CCCP, ai TARM e agli Afterhours. Ma quello che teniamo a dire è che noi siamo i Castaways Roaming, e vogliamo fortemente essere noi stessi. Quando componiamo la nostra musica non ci mettiamo attorno a un tavolo e diciamo “okay, ora facciamo un pezzo che somiglia a…”; le nostre influenze escono da sole, naturalmente, senza forzature o ricerche particolari. Ed è questo il bello, ciò che ci mantiene originali e veri alla radice.

Cosa vi rende maggiormente orgogliosi di questo debut?
Banalmente, ogni cosa. “The Middle End” rappresenta per davvero ciò che noi siamo ora. E’ il risultato di un processo lungo, pensato, sudato e infine concretizzato al meglio delle nostre possibilità. Rifaremmo tutto quello che ci ha portato sin qui, con le gioie e le difficoltà affrontate, che ci hanno fatto crescere come band e come musicisti.

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E cosa invece pensate non abbia granché funzionato?
Onestamente, non lo sappiamo, e non vorremmo essere noi a dirlo. A dir la verità, speriamo non lo dica nessuno! Quello che possiamo affermare è che ce l’abbiamo messa tutta. E quel che vorremmo passasse è il nostro messaggio, il nostro modo di fare musica, raggiungere il maggior numero di persone che ascoltano il disco, ricevere commenti e feedback per crescere ulteriormente. Condividere un mondo, e sperare che qualcuno ci entri in collisione, e lo possa, anche in minima parte, colorare delle sue emozioni. Pensiamo fortemente che questa sia la forza della musica e dell’arte in generale: l’unire e il fare rete, in un linguaggio universale.

Ci raccontate di cosa parlate nei vostri testi?
Ci teniamo a dire che i testi sono al centro delle nostre composizioni, perché a nostro avviso è attraverso le parole che si comprende davvero ciò che una band vuole dire e dare a chi l’ascolta.. Non amiamo moltissimo gruppi con un grande sound ma con testi standardizzati o al totale servizio dell’impatto del pezzo. Le sonorità devono, secondo noi, accompagnare il mood generale delle parole, non lasciarle sole, altrimenti il risultato è un bel polpettone commerciale e nulla più. I testi, come già affrontato in precedenza, parlano di sentimenti contrastanti, di inquietudine, solitudine, sconfitta. Ma anche di voglia di rivalsa, di non accettare passivamente “ciò che capita”, di interrogarci su quel che ci circonda per cercare di dare una risposta personale al tutto. E’ la nostra reazione a ciò che è preconfezionato, ai sentimenti conformati che la società ci propina. Poi, anche noi sconfiniamo in qualche deriva “pop”: l’ultimo brano del disco, Langley, parla di alieni e teoria della cospirazione. Degno della miglior puntata di X-Files. Deliri a parte, crediamo che le parole abbiano pari importanza di suoni e arrangiamenti, siano un tutt’uno indivisibile, che contribuiscono creare mondi interiori e flussi di idee. Questo ci interessa esprimere.

Dal punto di vista live cosa dobbiamo aspettarci dal vostro 2016?
Dovrete aspettarvi tante novità. A breve, dopo l’uscita del disco e del video promozionale del primo singolo “Gemini Project” (girato a Genova con la Lucernafilm di Andrea Larosa e Beppe Platania) annunceremo le prime date di presentazione primaverili ed estive, che anticiperanno il tour vero e proprio in autunno. Puntiamo molto su questo show, e non vediamo l’ora che tutto cominci. La nostra attitudine è live, siamo nati per questo, e spesso finalizziamo il nostro lavoro alla resa dal vivo dei nostri brani e a come vogliamo rappresentare scenicamente il tutto. Chi vorrà potrà trovare le informazioni necessarie sulla nostra pagina facebook costantemente aggiornata e sugli altri nostri social.

Cosa state ascoltando in questo periodo?
In genere, ci stiamo rendendo conto che facciamo un po’ fatica ad ascoltare musica nuova a livello di mainstream. Ci sembra tutto piuttosto piatto e standardizzato, e anche band che qualche anno fa ci sembravano innovative a nostro avviso hanno preso direzioni spesso minimaliste o eccessivamente commerciali che non riescono più a fare molta presa su di noi. Piuttosto, andiamo sovente a ritroso, per scoprire pezzi del passato ancora attuali che non conoscevamo, o che avevamo considerato poco in precedenza. Tuttavia, restando sull’ora, privilegiamo band o singoli artisti che non si accontentano di riprodurre qualcosa di già visto e sentito, e che magari non si pongono limiti, sperimentando in maniera comunque coerente nuovi strumenti e situazioni che la modernità sa offrire. Nell’underground invece c’è il fermento che ci piace, forse proprio perché la scena è maggiormente libera da condizionamenti vari, che inevitabilmente certe logiche non possono (o non vogliono) ignorare. Andiamo ai concerti di band meno conosciute, le seguiamo e supportiamo, perché riteniamo importante il fatto di contribuire, nel nostro piccolo, a permettere a chi ha idee di continuare a svilupparle credendoci fino in fondo.

A voi i saluti finali.
Un grande abbraccio musicale a tutti i lettori e…Stay Castaways!

Castaways Roaming
This Is Core Records