Eva: intervista

EVA
Direttamente dalla Calabria gli Evil Victims Arise (in arte EVA), band alternative/post rock che bene sta facendo parlare di sé grazie al nuovo album “Far Enough”.
Di Alessandro Brambilla

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Ciao ragazzi, benvenuti su Firealive. Partiamo col raccontare come ha preso il via questo progetto?
Questo progetto ha preso il via perché ne sentivamo il bisogno. Ci serviva una valvola di sfogo, principalmente, ma volevamo fare le cose per bene, stavolta. E allora ci siamo impegnati, facendo uscire il primo EP nel giro di un paio di mesi.

Cinque elementi in formazione, cinque teste pensanti. Cosa vi ha spinto a mettere in piedi tutto ciò e quali sono state le soddisfazioni/difficoltà del far partire il tutto?
Le difficoltà iniziali sono state sicuramente quelle di trovare i giusti compromessi tra le cinque teste e tra i gusti di cinque persone, ma non abbiamo mai avuto dubbi su quale dovesse essere il piano d’azione. E le prime soddisfazioni sono arrivate in fretta, facendoci capire che era la strada giusta.

“Far Enough” è finalmente fuori. Come lo descrivereste a chi ancora non ha avuto modo di sentirlo?
Un albero che cade su un cesto di gattini, rischiando di sfracellarli… Ma si salvano tutti. E si mettono a suonare.

L’alternative rock è un genere molto in voga con moltissimi gruppi intenti a proporlo. Cosa spinge una band ad avvicinarsi a questo genere a vostro avviso? E cosa vi ha spinto personalmente a farlo?
Sarebbe bello saper rispondere a questa domanda. Noi non ci siamo dati nessun tipo di “paletto” riguardante quello che volevamo suonare. Quello che usciva fuori, le idee che venivano portate in sala… le sviluppavamo senza autoimporci nulla. Quello che ne è uscito fuori, è frutto dei nostri ascolti, vecchi e nuovi, e dei nostri gusti. Solo che la prima domanda che ti viene fatta, quando hai una band è: “Che genere fate?”. E in “Alternative Rock” ci va tutto quello che non sai collocare altrove, quindi…

Quali sono state le maggiori difficoltà in fase di composizione e come sono nati i brani?
Non ci sono state grosse difficoltà, ma i brani sono nati in due fasi, distinte anche a livello temporale. Circa 6 o 7 brani sono stati scritti nella prima fase della band, con una scrittura di pancia, da sfogo. Gli altri, invece, sono più ragionati, più riflessivi, più “eleganti”, se vogliamo. Sono due facce della stessa medaglia, però.

 

Nel vostro DNA è presente a mio avviso una componente chiaramente math. Da dove nasce l’idea di introdurre queste sonorità nelle vostre canzoni?
Ecco, questa cosa ci è stata fatta notare da tante persone… Peccato che noi non sapessimo nemmeno cosa fosse, il math. L’abbiamo scoperto, per la prima volta, su YouTube dopo il primo commento fattoci a riguardo.

Parliamo dei testi: cosa trattate all’interno dei vostri brani?
Esperienze personali, quasi sempre. Solo in alcuni casi ci diamo un tema, ci immaginiamo una storia, e cerchiamo di darle forma.

L’artwork è alquanto misterioso. Cosa si cela dietro a quell’immagine?
Dipende. Tu cosa ci vedi?!

Il disco vanta un’ottima produzione. Cosa vi ha spinto a scegliere quegli studi e quel produttore?
Abbiamo deciso che il nostro disco sarebbe stato totalmente “Made in Calabria”. Dall’artwork di “Ocular”, alla produzione, tutto. E Zona10 e i Fegu Studios erano la scelta giusta, abbiamo sentito i loro lavori precedenti, abbiamo seguito le band che hanno prodotto prima di noi e c’era maestria nel loro modo di fare. Poi, conoscendoli, è nato anche un rapporto umano a dir poco fraterno.

Quali band e album citereste nello specifico come affini a voi? In molti hanno citato i Vanilla Sky ad esempio…
Beh, ognuno di noi ne direbbe uno diverso. Sicuramente qualcosa che ricordi i Gaia Corporation o i Vanilla Sky c’è, ma come album affini, quanto meno nello spirito, ci sono “Hours” dei Funeral For A Friend e “Discovering The Waterfront” dei Silverstein.

L’approccio live dei brani è posto ben in evidenza. Quanto è importante per una band come la vostra avere questo tipo di attitudine a vostro avviso?
Noi scriviamo per poter suonare, e suoniamo per avere una scusa per scrivere. Non esistono le due cose separatamente, nella nostra concezione. Il live è importante quanto il disco, se non di più.

Parlando di live, come vanno le cose? Si riesce ancora a suonare in Italia?
Se si pensa di fare live come se si suonasse negli Iron Maiden, c’è da lasciar perdere. Ma c’è un circuito di pub, circoli, piccole realtà che danno una soddisfazione enorme. Bisogna giungere a compromessi, a volte, ma l’esperienza che ti ritrovi ad avere dopo aver fatto 15/20 date in locali in cui a malapena riesci a muoverti senza colpire nessuno, ripaga quando sei sui palchi. In Italia si suonerebbe di più se ci fosse più qualità e più umiltà da parte delle band stesse. Non ce la si può prendere sempre e solo con le cover band.

Avete in cantiere un tour per il 2016?
Abbiamo in mente qualcosa per la seconda metà di quest’anno.

Un saluto ai nostri lettori?
Ciao Bamboli, buona lettura!