Felon: intervista

FELON
Dalla Toscana i Felon, a metà strada tra il post-hardcore di inizio Nuovo Millennio e il lato più dark del rock. Il nuovo lavoro “Bleak Bubble” è il loro nuovo lavoro ed eccovi il resoconto di quanto raccontatoci dalla band.
Di Alesssandro Brambilla

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Ciao ragazzi, benvenuti su Firealive. Partiamo col raccontare come ha preso il via questo progetto?
Il progetto nasce nel 2008 (come Felon nel 2013) dall’amore per la musica e il palcoscenico di quattro amici. Abbiamo quasi sempre suonato insieme ma c’è stato un lungo periodo di pausa nel quale ci siamo fermati per fare altro. Un giorno ci siamo ritrovati in sala prove con l’intento di riprovarci partendo da qualche semplice idea ed è scoccata la scintilla da subito.

Quattro elementi in formazione, quattro teste pensanti. Cosa vi ha spinto a mettere in piedi tutto ciò e quali sono state le soddisfazioni/difficoltà del far partire il tutto?
Principalmente la voglia di sperimentare un sound diverso. Abbiamo deciso di utilizzare chitarre a 7 corde e accordature ribassate dando libero sfogo alle influenze di ognuno dei componenti. Provando incessantemente e col passare del tempo sfornavamo sempre più canzoni finché abbiamo capito che il nostro sound stava prendendo una direzione che ci piaceva, quindi abbiamo deciso di raccogliere il tutto in un album. La più grande difficoltà in realtà è pagare l’affitto a fine mese.

“Bleak Bubble” è finalmente fuori. Come lo descrivereste a chi ancora non ha avuto modo di sentirlo?
Sicuramente si capisce che chi suona è una band al suo esordio, ma vorremmo consigliarvi di non fermarvi a un primo banale ascolto perché a nostro dire questo disco è pieno di emozioni diverse e se siete un minimo romantici probabilmente vi piacerà!

L’alternative rock è un genere molto in voga con moltissimi gruppi intenti a proporlo. Cosa spinge una band ad avvicinarsi a questo genere a vostro avviso? E cosa vi ha spinto personalmente a farlo?
Sinceramente non abbiamo mai saputo come classificarci, ma dando un attento ascolto a ciò che facciamo abbiamo capito che l’arma principale è il contrasto tra melodie e dissonanze, ritmi serrati e momenti di quiete. Per noi l’alternative rock è proprio questo, un compromesso tra aggressivo e mite, in cui si alternano melodie inusuali e ritmi incalzanti tipici del buon vecchio rock quindi per noi questo genere, partendo dal significato stesso della parola, rappresenta un buon alibi per i nostri esperimenti sonori.

Nella vostra bio si parla di post-hardcore come elemento portante, ma sinceramente non ne sarei molto d’accordo… Cosa vi porta a descrivervi come tali?
In realtà è un genere che abbiamo adorato per molto tempo e sicuramente ci ha influenzato parecchio, difatti i primi brani che abbiamo composto (come “Gipsy Pig”) risultano “lunatici” nelle strutture.

Quali sono state le maggiori difficoltà in fase di composizione e come sono nati i brani?
In fase di composizione non abbiamo mai riscontrato particolari difficoltà, non abbiamo mai scelto un metodo ben preciso per comporre i pezzi. Molto semplicemente sappiamo quando è il momento giusto di entrare in sala prove e solitamente il tutto parte da un riff di chitarra al quale poi segue tutto il resto, ma in modo molto spontaneo e per niente macchinoso. Infine lavoriamo sull’arrangiamento e confrontiamo le nostre idee.

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Nel vostro DNA è presente a mio avviso una componente chiaramente rock/new wave. Da dove nasce l’idea di introdurre queste sonorità nelle vostre canzoni?
Non ci abbiamo mai minimamente pensato, abbiamo suonato e cantato ciò che più ci piaceva senza curarci di cosa potesse suonare meglio, di solito sono le linee vocali quelle che spezzano l’aggressività della base strumentale. Sappiamo di avere una componente romantica nella nostra musica, e nonostante ci piaccia “aggredire” accogliamo di buon grado questa particolarità che può diventare forse un’arma a nostro favore.

Parliamo dei testi: cosa trattate all’interno dei vostri brani?
Parliamo di momenti particolari delle nostre vite nei quali c’è una lotta interiore, una brutta abitudine o una situazione dolorosa che sembra insuperabile e ci affidiamo alla musica per urlare il nostro disagio, consapevoli che prima o poi la tempesta si fermerà. Sono proprio questi i momenti nei quali abbiamo più idee per la nostra musica.

L’artwork è alquanto misterioso. Cosa si cela dietro a quell’immagine?
Il protagonista è l’omino nella bolla e il mostro con la testa in frantumi è il prodotto della sua psiche che l’individuo si rifiuta di affrontare, quindi si copre la faccia per non vedere la sua realtà interiore che è fatta di malessere fisico e mentale e preferisce starsene nella sua bolla tetra dove nessuno lo può vedere o attaccare. Presto si accorge di essere in trappola, ma in fin dei conti è soltanto una bolla e non ci vorrebbe niente a farla scoppiare.

Una cosa che tutti fanno notare è la produzione. Cosa vi ha spinto a lavorare voi stessi sulla produzione del disco e pensate che siano critiche veritiere per quel che riguarda i suoni poco bilanciati?
Abbiamo scelto di autoprodurci perché volevamo esplorare da soli il nostro sound e il budget a disposizione non ci avrebbe comunque permesso di avere i suoni che avremmo voluto se qualcun altro avesse prodotto il nostro cd. Inoltre abbiamo la fortuna di avere un bassista molto capace negli aspetti tecnici della registrazione musicale date le sue passate esperienze, quindi ci siamo affidati alle nostre conoscenze e ce l’abbiamo messa tutta per ottenere un risultato soddisfacente. Le critiche sono giuste, la nostra è stata una scelta stilistica ma accettiamo i pareri dei recensori e ne faremo tesoro per la volta a venire.

Quali band e album citereste nello specifico come affini a voi?
Sicuramente il selftitled dei Deftones, “Absolution” dei Muse e l’album d’esordio degli Incubus.

L’approccio live dei brani è posto ben in evidenza. Quanto è importante per una band come la vostra avere questo tipo di attitudine a vostro avviso?
Per noi il live è fondamentale, perché lì ci mettiamo veramente alla prova e cerchiamo di trasmettere emozioni e messaggi nel modo più forte e chiaro possibile, inoltre è un divertimento infinito poter avere un palco a propria disposizione dove possiamo esprimerci per quello che davvero siamo, senza dover indossare maschere di alcun tipo.

Parlando di live, come vanno le cose? Si riesce ancora a suonare in Italia?
Ok, parliamone: è estremamente difficile suonare senza un pubblico. Gran parte delle persone appassionate di musica sembrano aver perso interesse nei confronti della musica live e preferiscono i grandi palchi invece dei club o delle piccole venue, dove potrebbero ottenere un rapporto più “intimo” con l’Artista. Tuttavia a livello underground esistono ancora persone che credono nelle piccole realtà musicali.

Avete in cantiere un tour per il 2016?
Purtroppo, o per fortuna, ci siamo dedicati molto alla produzione di questo disco e alla scrittura di nuovi brani. Abbiamo in programma un tour per il 2017, ovviamente da confermare, dove cercheremo subito di farci ascoltare anche all’estero.

Un saluto ai nostri lettori?
Ciao a tutti, è stato un piacere raccontarvi qualcosa di noi. Grazie.

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