Keep The Promise – intervista

KEEP THE PROMISE
Beatdown hardcore, questo sono i Keep The Promise, band che non ha peli sulla lingua e che ama andare dritta al sodo senza troppi indugi. Un modo di fare rabbioso perfettamente in linea con i contenuti del debut album “A peaceful mission of war”, presentatoci dal leader ex Browbeat M.V..

Innanzitutto una domanda semplice: che motivazioni spingono un frontman come te dopo anni e anni a calcare palchi a formare una nuova band?
Semplicemente a causa della troppa merda che c’è in Italia (e nel mondo) che non riesco a digerire e che quotidianamente mi fa incazzare. E poi anche a causa della mia reale preoccupazione nei confronti di mia figlia di sei anni, che dovrà conoscere e vivere questo schifo. Quindi sentivo una forte necessità di denunciare situazioni inaccettabili e di sfogare tutto il mio odio nei confronti di certa gente.

Per persone abituate a un planning a tempi stretti immagino che attendere anni per la pubblicazione di un disco sia stata un’autentica angoscia. Ora che il disco è fuori che ne pensi ascoltandolo?
In realtà dalla scrittura e lavorazione dei pezzi alla pubblicazione non è passato poi così tanto tempo. L’unica cosa che ci ha fatto perdere un po’ di tempo è stato solo il ritardo delle grafiche e della copertina dell’album.

Con “A peaceful mission of war” vi siete avvicinati di molto allo stile che va per la maggiore in Germania e Nord Europa. Una scelta presa a tavolino per cercare sbocchi al di fuori dei nostri confini?
Guarda sinceramente non è mai stata una priorità per me scrivere musica alla moda e ottenere consensi all’estero a tutti i costi. Ancor prima della scrittura della parte musicale, avevo in mente in maniera molto chiara di che cosa dovevano parlare i testi, quindi era necessario che musicalmente parlando ci fosse un altissimo livello di aggressività, cattiveria e impatto. Visto che Luca Cocconi è stato il mio chitarrista nei Browbeat e conosce molto bene i miei gusti, ci ha dato una importantissima mano compositiva e siamo stati più che soddisfatti.

Alcuni nelle proprie recensioni hanno fatto notare come voi stessi abbiate usato il termine hardcore/metal e non metalcore. Anche in questo caso è stata una scelta ponderata? Per quale motivo, prendere le distanze da un genere ormai inflazionato come il metalcore?
Secondo me la differenza tra hardcore/metal e metalcore è piuttosto sottile. Ho semplicemente preferito senza dubbio l’etichetta hardcore/metal proprio perché è l’hardcore in primo piano soprattutto per un discorso di immagine, stile, attitudine e soprattutto messaggi. Sono proprio queste cose che fanno la differenza tra le due etichette.

Hatebreed, Full Blown Chaos, Neaera, First Blood. Tutti nomi che potrebbero sicuramente fare al caso vostro in fatto di influenze. Quali dischi vi hanno portato a essere quello che siete oggi?
Credo che un disco in particolare non ci sia però sicuramente tra le band che hai citato prima, gli Hatebreed sono stati e sono tuttora i principali ispiratori sotto ogni punto di vista!

Come nasce un vostro brano? Me lo chiedo perché solitamente unire sei teste non è affatto semplice, o mi sbaglio?
Praticamente prima di conoscere i ragazzi della band, avevo chiesto a Luca Cocconi se poteva scrivermi dei pezzi completi in modo tale da poterci lavorare con i testi. Dopo in fase di pre-produzione ho sottoposto i pezzi al resto della band che nel frattempo avevo già consolidato e loro hanno espresso i loro giudizi ed eventuali modifiche da apportare. Poi anche loro mi hanno proposto delle valide idee che abbiamo sviluppato e dalle quali abbiamo ricavato due pezzi molto validi e massicci. Posso dire che la scrittura dei pezzi ha coinvolto praticamente tutti, produttore compreso.

La produzione del disco affidata all’ex Browbeat ha dato risultati ottimi. Il disco picchia duro dal primo all’ultimo istante. Siete soddisfatti di quanto fatto sui suoni? Era il tipo di sound che volevi ottenere nel caso dei Keep The Promise?
Luca Cocconi e Simone Sighinolfi della Sliver Music hanno praticamente dato il massimo per questo lavoro. E poi conoscendo il Cocco e la sua grande esperienza soprattutto come musicista, non potevo aspettarmi di meglio quindi assolutamente niente da dire! Era quello che volevamo!

Escluso te tutti i membri dei Keep The Promise fanno parte dei To Shed Skin. Non sarebbe stato più semplice unirti alla loro band?
Non credo sarebbe stata la stessa cosa perché sono due progetti diversi con una propria identità e storia. Keep The Promise è nato da me, con tutte le esperienze positive e negative che ho vissuto e di conseguenza solo io potevo e posso prendere determinate decisioni proprio per aver fatto tesoro di determinate esperienze. Non potevo certo chiedere di far parte di una band già consolidata da anni e prendere subito decisioni importanti…

Cosa trovi nei Keep The Promise di diverso rispetto a quello che avevi nei Browbeat? (musicalmente e non)
Musicalmente parlando penso di avere un’identità ben definita, maggiore consapevolezza in quello che voglio fare, più maturità e con le idee chiare molto più del passato. Mi trovo molto più a mio agio con il resto della band malgrado il divario generazionale e mi sento molto più libero di esprimere determinati concetti che mi stanno particolarmente a cuore.

Per la prima volta hai fatto delle tue liriche un mezzo di comunicazione. Lanciando messaggi forti. Come è stato scrivere testi così personali su temi così caldi? Se non erro ha partecipato anche tua moglie alla stesura di un brano. Come si è trovata a dover avere a che fare con il testo di una hardcore band?
In verità fin dai tempi dei Browbeat ho sempre scritto dei testi che trattavano questioni e avvenimenti socio-politici del periodo, in particolare nel secondo album “Audioviolence”. Invece con i Keep The Promise ho fatto la scelta radicale di scrivere tutti testi di feroce protesta e critica contro la crisi economica e situazione politica in Italia e nel mondo, l’integralismo e fanatismo religioso, il femminicidio, il maltrattamento animale e l’abuso di potere. In verità Paola in qualità di tastierista/pianista/aspirante scrittrice ha sempre collaborato già nei due album dei Browbeat proprio come nei Keep The Promise e cioè scrivendo il testo di “Vile femicide” addirittura partecipando ai cori di questo pezzo, e suonando l’outro di tastiera che chiude l’album.

A proposito di Browbeat. Ricordo un reunion tour finito dopo poche date qualche anno fa. Cosa bloccò il tutto? Di quale lavoro andrai maggiormente orgoglioso?
La reunion l’avevo organizzata personalmente nel 2008 e la mia intenzione era quella di riunire la prima formazione dei Browbeat, quella del primo album “No salvation” tanto per intenderci. Purtroppo Alby non aderì perché ancora troppo sotto stress e chiesi a un amico Dualized, ex Overflow e attualmente produttore di entrare nella band e accettò con entusiasmo. Fatto sta che dopo due concerti in zona andati piuttosto bene, ci trovammo già a discutere su alcune questioni quindi da lì capii che eravamo troppo cambiati, persi fin da subito l’entusiasmo iniziale e lasciai perdere.

Che l’Italia sia allo sfascio ce ne siamo accorti ormai tutti. Ma sul fronte locale, quindi della tua zona, come vanno le cose?
Qui ormai un po’ come in tutta l’Emilia-Romagna il PD gode di un potere praticamente incontrastato. Purtroppo c’é un numero cospicuo di votanti, soprattutto anziani, che danno un cieco consenso a questo partito che ormai di sinistra non ha quasi più niente. Anzi per certe cose, soprattutto per quello che riguarda la questione morale, hanno eguagliato i partiti di destra e centro-destra. In generale in Emilia si vive abbastanza bene ma soprattutto perché ci sono molti comitati locali fatti da normali cittadini che vigilano sul territorio, protestano e si mobilitano quando è necessario… Almeno qualcuno.

Parliamo di live, visto che, vivi in quella che molti considerano la scena migliore in Italia, quella dell’Emilia Romagna. Come vanno le cose dalle vostre parti sul fronte locali e pubblico?
Secondo me era considerata la migliore scena in Italia soprattutto nella decade tra il 1995 e il 2005 per quello che riguarda il genere hardcore, metal, nu metal e crossover. I locali nella mia zona che ogni tanto organizzano concerti di questi generi, pensano soprattutto a fine serata a far quadrare i conti. Capisco le numerose spese che i locali devono affrontare, soprattutto per quei fottuti della SIAE che hanno ucciso la musica e la creatività, ma in questa maniera si opta per un discorso di quantità invece che di qualità perché i locali ormai di tutta Italia fanno fatica a riconoscerti anche un piccolo rimborso spese, senza tenere conto dei numerosi sacrifici anche economici che la maggior parte delle band italiane devono sopportare. Sul fronte pubblico mi tocchi un tasto dolente perché a differenza del periodo Browbeat dove la gente andava ai concerti, si divertiva e supportava la scena, ora la nuova generazione fa veramente tanta fatica a muovere il culo per andare a vedere un concerto e comprare un disco o magliette. Penso che adesso la maggior parte dei kids vada a vedere un concerto in base ai “mi piace” che una band ha sulla pagina Facebook!

Cosa consiglieresti a chi oggigiorno vuole addentrarsi nel mondo del music system con la sua band?
Consiglierei di fottere il music system e di considerare come base di partenza che la musica è una forma espressiva d’arte e di fregarsene delle regole che il sistema musicale anche underground ha voluto imporre. Se hai dei messaggi importanti, intelligenti e interessanti da trasmettere tramite la musica, fallo con tutto te stesso ma con uno spirito giocoso e divertente.

Immagino tu stia già pensando a ciò che verrà dopo “A peaceful mission of war”. Hai già qualche idea concreta in merito?
“A peaceful mission of war” è stata una vera e propria vomitata di veleni che ho accumulato dal 2009 al 2013, quindi molto diretto e violento. Senza dubbio anche il secondo album sarà molto violento ma più maturo e riflessivo. Sto maturando proprio in questo periodo quello che sarà il concept e credo che sarà più oscuro e apocalittico, un po’ come le tematiche affrontate nel primo album dei Browbeat “No salvation”. Ma non voglio anticipare altro per mantenere un alone di mistero! (risate)

Il disco vanta anche alcune parti rappate/gang vocals. Come sono nate e come è stato avere a che fare con un secondo cantante nella line-up?
Il rap e i cori dentro un certo tipo di hardcore hanno sempre fatto parte del mio background quindi dove stavano bene è stato istintivo e naturale inserirli. E anche avere avuto a che fare con un secondo cantante per me è stato molto facile perché è bastato affidargli delle parti che si incastravano a pennello con le sue caratteristiche di stampo deathcore perché possiede un growl devastante che io non ho assolutamente quindi ci siamo incastrati perfettamente ognuno con le proprie parti.

Il disco riesce a mantenere la stessa integrità anche dal vivo? Come stanno reagendo i fan ai nuovi brani?
E’ ovvio che riprodurre dal vivo un disco così elaborato è sempre difficile un po’ per tutti. Ma quello che mi preme maggiormente dal vivo, e ci stiamo riuscendo, è generare un tipico impatto hardcore “in your face” creando un vortice di carica, coinvolgimento e violenza. Diciamo che i fan che conoscono questo tipo di attitudine hardcore che abbiamo, rimangono soddisfatti, quelli che invece non ci conoscono e aspettano da noi un “metalcore melodico”, rimangono decisamente delusi! (risate)

To React è la vostra casa discografica. Come è nato questo deal e cosa dobbiamo attenderci in futuro da questo sodalizio?
Semplicemente tramite la nostra agenzia PR Lodge Agency Europe gli abbiamo spedito un promo con 4 pezzi tratti dall’album che è piaciuto fin da subito. Quindi conoscendo i Browbeat e un po’ la mia storia ci hanno proposto il contratto di pubblicazione. Se intendi per un eventuale secondo album non te lo so dire perché comunque il contratto prevede la pubblicazione di un solo album. Quindi il futuro è ancora tutto da vedere!

Alessandro Brambilla